In Italia sono circa centomila gli impianti in cui si praticano discipline sportive: non solo stadi, dai più grandi a quelli di provincia dove non cresce un filo d’erba, ma anche palazzetti per il basket e la pallavolo, arene di atletica leggera, autodromi, piscine, piste da sci.
Strutture in larga parte “vecchie”, considerato che per oltre il 60% risalgono a prima del 1980, e dispendiose sul piano energetico.
Ogni anno, secondo le stime dell’Istituto di credito sportivo, questa inefficienza produce emissioni climalteranti e uno sperpero pari a più di 800 milioni di euro.
Soldi che potrebbero essere reinvestiti per lavori di ammodernamento e riqualificazione, contagiando anche le aree che circondano gli immobili.
«Dobbiamo arrivare a sapere quanti sono questi impianti, geolocalizzarli e categorizzarli per disciplina e tipologia di proprietà, se pubblici o privati – spiega Andrea Abbodi, presidente dell’Istituto di credito sportivo – La profondità del dato ci permetterà di quantificare i consumi e ottimizzare gli effetti dei nostri interventi».
Per invertire la tendenza la tattica giusta non è costruire nuovi impianti, aggredendo con colate di cemento ulteriori fette di territorio, ma migliorare il patrimonio esistente.
A cominciare dalla sua gestione.
È quanto sta facendo nel Parco del Foro Italico l’azienda pubblica Sport e Salute con un progetto che punta a rendere meno impattante la gestione dei rifiuti e dell’acqua e ad armonizzare l’accessibilità nei 14 complessi sportivi dove, ogni anno, transitano tre milioni di visitatori.
Uno scatto in avanti è atteso anche dal superbonus 110%, che per ciò che concerne gli impianti sportivi comunali iscritti al registro del Coni è attualmente applicabile ai soli lavori negli spogliatoi.
Per Andrea Abbodi si può fare di più.
«Questo limite va superato, è fondamentale che tutto l’impianto sia beneficiario dell’incentivo».